Tutto nasce per caso, o quasi…
Da tempo avevo in progetto un viaggio off road e, essendo sempre stato affascinato dal deserto, da tempo volevo provare una nuova esperienza motociclistica. Insomma, detto tra noi volevo provare l’Africa !
L’idea era di fare questo giro da solo, ma dopo aver lasciato la moto sul Tagliamento a causa problemi elettrici, ho pensato che un viaggio in compagnia è sempre una ottima scelta.
Un giorno, durante un giro in moto con Sisca (Simone), chiacchieriamo un po’ sull’ africa, e butto lì scherzosamente una frase: vieni in Marocco ? Risposta: Si dai andiamo !
Neanche vi dico la gioia al sentire tale risposta, a un mese alla partenza.
Si fanno i preparativi ed ecco come le moto sono bardate:
AT: serbatoio da 48 litri, protezioni laterali, GPS, due bauletti piccoli laterali, un maxi bauletto centrale, tenda, sacco a pelo, materassino, ricambi moto di ogni genere, vestiario normale e da motocross ( tuta, stivali, pettorina, ecc… ).
LC8: bauletti laterali Hepco Becker, borsetta posteriore, borsa serbatoio, GPS, ricambi vari, sacco a pelo, materassino, vestiario normale e da motocross.
Risulterà poi, durante le escursioni fuoristradistiche, che le moto sono stracariche e inguidabili: il prossimo viaggio ci organizzeremo diversamente!
Infatti all’inizio avevo caricato molto il mio bauletto centrale e avevo grosse difficoltà a fare le curve anche su asfalto; trasferendo poi le cose più pesanti nel fondo dei bauletti laterali la moto era gia molto più guidabile. Potere del baricentro…
Se facciamo il conto dei pesi, risulta una cifra incredibile: AT 200 kg a secco, + 40 kg di benzina, + 90 kg miei, + 30 kg di bagagli: totale 360 kg da gestire ( per la LC8 siamo anche li sui 340 kg ). Nonostante la mole, con le moto riusciremo ad andare dappertutto.
Pronti via si parte !!!!!!!!

Tappa 1: Vicenza-Genova-Barcellona.

Partiamo verso le 14:00 da casa, e ci spariamo 400 e più km di autostrada fino a Genova. Breve giretto in moto per la città, che non mi piace perché è troppo confusionaria, dopo vari tentativi troviamo l’imbarco ( anche le indicazioni sono confuse ), leghiamo le moto e esploriamo la nave.
Il traghetto si presenta carino, viaggiamo di notte, al mattino ci sono i delfini che ci seguono lungo la costa spagnola.Sbarchiamo in ritardo, e durante l’attesa per accedere alle auto e alle moto, abbiamo vicino a noi una famigliola …. sospetta!! Penso e ripenso chi possano essere, mi accorgo che uno di loro ha uno zainetto marchiato Yamaha, l’intuito è esatto: Colin Edwars, che stava andando a Barcellona con la sua famiglia e il suo mega camper per la gara di moto GP !!!

Tappa 2: Barcellona-Alicante.

Sbarchiamo in ritardo, e subito iniziamo il trasferimento lungo la costa verso sud. Sisca viene raggiunto da una supersportiva guidata da uno spagnolo, e secondo voi cosa può succedere in questi casi? Ingarellamento… con esito vittorioso di Simone che supera all’esterno in un tornantone la supersportiva, che, umiliata, non sa più come comportarsi….eh eh !!!!
Meteo stupendo, verso sera quasi freddo, anzi freddino, ci vestiamo. Le autostrade spagnole sono carissime, la benzina costa 1,1 euro, negli autogrill sono altrettanto cari.
Arriviamo alla sera in un camping, piantiamo la tenda, e cerchiamo un ristorantino di pesce. Senza bagagli e al buio andiamo con le moto nella zona pedonale lungo mare con tanto di passaggio enduro-trialistico da fare in una doppia rampa con scalini.

Tappa 3: Alicante-Almeria.

Siamo ormai verso l’Andalucia. Guidiamo sempre lungo la costa ed è appunto la costa che vogliamo fare. Imbocchiamo una strada asfaltata meravigliosa, come poche ne ho fatte di così belle. Lanciamo le nostre moto che, curva dopo curva, ci regalano belle emozioni. Arriviamo a Punta de Gabo, zona meravigliosa, verdi colline che scendono sul mare, scogliere e baie da cartolina. C’è una tranquillità assoluta, tutto è calmo, l’aria pulita, non c’è traffico, guidiamo rilassati lungo stradine asfaltate panoramiche. All’improvviso l’avantreno fa i capricci, non vuole andare dove voglio io: foratura!! Giro e rigiro ma non trovo nulla sul pneumatico. Il cavalletto centrale auto-costruito svolge bene la sua funzione, smonto la ruota, cambiamo la camera e ripartiamo. Se penso ai 750 km di sterrati e piste dove non ho mai forato, mi chiedo il perché ho forato andando su asfalto !!!! Arriviamo in due spiagge senza turisti molto belle, ci sono due tipi che praticano il wind board ( con una specie di paracadute e un triciclo a tre ruote che si fa tirare dal vento lungo la spiaggia ). Da lì imbocchiamo uno sterrato chiuso al traffico molto suggestivo a picco sul mare che arriva ad un faro, e lì sorpresina…. c’è una sbarra e come alternativa due passaggi pedonali. Il passaggio più stretto è più sicuro, la LC8 ci passa togliendo le valige, ma la AT non ci passa. Allora devo optare per il secondo passaggio che è più largo ma ci sono da scavalcare dei pietroni e a sinistra c’è un burrone ad 1 metro….. un po’ di adrenalina e il passaggio è fatto !
Verso sera alloggiamo in un alberghetto lungo mare, per la cena facciamo una capatina ad Almeria. Durante la ricerca della strada per Almeria chiediamo informazioni a un tipo spagnolo su una Mini ultimo modello, il quale fiero del suo acquisto ci dice che con il suo bolide ci si mette mezz’ora per andare ad Almeria. Noi ridiamo e in due sulla LC8 ci mettiamo 20 minuti ( quel pilotone di Sisca, mica scherza … ) !!!! Dopo cena assistiamo a uno spettacolo comico pietoso, e ce ne torniamo in hotel a nanna che è meglio.

Tappa 4 : Almeria-Sierra Nevada-Granada.

Libidine, libidine, libidine !!!!!!!! Tutto il giorno in off road… partiamo da Almeria dirigendoci verso la Sierra Nevada con l’intenzione di trovare qualche sterrato. La cartina non segna gli sterrati, segna solo una strada asfaltata panoramica. Ok, andiamo a curiosare. Il paesaggio man mano che ci si avvicina alle montagne si fa sempre più particolare e suggestivo. Le zone brulle sono inframezzate qua e là da paesetti con le case bianchissime che risaltano e brillano con contrasti ben marcati. Siamo ancora all’inizio di questa strada panoramica e vediamo a destra una cartellino timido timido con scritto “Sierra Nevada”….quasi fosse stato messo per sbaglio. Una veloce intervista a un abitante locale che mi racconta tre cose diverse e opposte in cinque minuti di conversazione. Allora optiamo per la classica decisione:”facciamo 2 km e vediamo, se è bello continuiamo…”.
La strada stretta e asfaltata si alza di quota e, dopo una serie di numerosi tornati, ci troviamo già alti. L’abitante locale mi aveva detto che sarebbe stata di terra, boh, noi vediamo solo asfalto… proseguiamo ancora un po’, ma ecco ! Sì ! La terra, ehm, pardon lo sterrato !!!!!!! Dopo quasi 1000 km di trasferimento ci starebbero bene degli sterratini. Ma mai avremmo immaginato che gli “sterratini” sarebbero stati 200 km ininterrotti di piste di terra battuta in quota !!!!!!! Chiedo informazioni a una tipa su una jeep ( forestale !! ) che mi fornisce anche lei qualche indicazione confusionaria… lo sterrato sale poi si divide , sale ancora, spiana, gira , si alza, insomma variabilissimo. Chiediamo informazioni a un tipo su un jeep ( altro forestale !!! ) e continuiamo… siamo gia da più di un’ora sui 2000 m di quota, continuiamo, girando intorno a montagne, boschi bellissimi, paesaggi vasti e panoramici, fino a raggiungere quasi i 2400 m di quota. Bello, siamo alti il clima è meraviglioso nè caldo nè freddo… Avanti, sempre avanti, ad ogni curva una nuova valle o gola da aggirare, siamo sempre in sterrato ormai da tutta la mattina. Scendiamo ( si fa per dire, cioè arriviamo sui 2000 mt ), piccolo momento enduristico giù per un pendio erboso e un boschetto con i bestioni da 300 kg, fino ad un passo asfaltato. Chiedo informazioni al gestore di un rifugio il quale, sempre con le solite indicazioni confusionarie , mi dice che c’è uno sterrato di 10 km da fare per scendere…. Scopriremo che i km non sono 10, ma 100 !!!!!! Libidine, altro che scendere: sempre in quota gli sterrati si muovono a zig zag talvolta con semicurve e passaggi veloci da 120 km/h carichi e pazzerelli forse col bisogno di sfogare euforie represse, diamo gas e ci divertiamo come bambinoni e i loro nuovi giocattoli….
Il GPS non segna gli sterrati, o meglio qualcuno sì, ma fra cartina e GPS comunque ci orientiamo, la meta sarebbe la conquista della vetta della Sierra Nevada, ma scopriamo che quel passo sterrato è chiuso al traffico. Peccato, un po’ di amarezza resta, ma il solo pensiero a quello che abbiamo fatto oggi, e la felicità sprizza ovunque !
Il TOM TOM di Simone ci fornisce indicazioni sul campeggio che troveremo vicino a Granada. Nel campeggio alla reception vedo la foto satellitare della Sierra Nevada e fatti due ragionamenti scopro con soddisfazione che abbiamo attraversato tutta la Sierra Nevada nel tratto più lungo tutto in off road !!!!!! che fortuna ! Granada: caldo bestiale, una città meravigliosa piena di tutto: monumenti, castelli, palazzi, vie antiche, negozi, locali, gente che affolla le vie, discoteche aperte fino a tardissimo….bellissima serata e nottata!

Tappa 5: Granada-Malaga-Marbella.

Granada di giorno è un semaforo dopo l’altro, snervante… prendiamo una strada in direzione Malaga, ma causa lavori in corso la strada è chiusa, allora dopo osservazione del territorio circostante, studi topografici di GPS, carte e mappe, prendiamo un percorso fuoristrada non segnato che si snoda fra i terrazzamenti di ulivi e coltivazioni fino ad arrivare al paesino successivo. Una bel percorso enduristico con discese da prima marcia e freni tirati. Arriviamo a Malaga lungo la costa, piccolo giretto e subito puntiamo verso Marbella per la cena, camping, tenda e per poter provare la noche espanola, olè ! A Marbella c’è poca gente nel lungo mare, ci aspettavamo più movimento…. Ma dove sono finiti tutti? Intervistiamo e ci portiamo in un’altra località a 2-3 km da Marbella: un sacco di gente!!!!!!! Una via lungo mare piena di locali, discoteche, piano bar, insomma di tutto di più. La “noche espanola” và vissuta tutta e tiriamo l’alba.

Tappa 6: Marbella-Debdou(Marocco).

Traghettiamo da Malaga a Melilla , la enclave spagnola in Marocco, accompagnati dal “dolce” dondolio del mare mosso. Conosciamo in traghetto un personaggio che si rivelerà molto importante per il nostro viaggio. Si chiama Pepe, sulla 40ina, simpatico, riservato, e gentilissimo. Ha una F650 Dakar equipaggiata Touratech, spagnolo, lavora a Madrid ma originario di Melilla. Gli mostro i percorsi che vogliamo fare e lui ci dà delle dritte su come e dove girare in Marocco. Neanche a dirlo quei percorsi li ha gai fatti anni fà.
Sbarchiamo a Melilla, e ci aiuta a svolgere faccende burocratiche e logistiche, ma succede una cosa spiacevole e inaspettata: in un negozio di generi alimentari ci fregano praticamente sotto il naso il casco di Simone !!!!!!!!!! Non vi dico che situazione e che delusione….. giriamo quei pochi negozi di moto ma è gia tutto chiuso, allora Pepe fa un gesto ammirevole: presta il secondo casco che ha a casa sua a Simone, la taglia sembra calzare, il casco non è una meraviglia, ma funge.
Arriviamo in dogana e dopo quasi 2 ore ci fanno passare, ovviamente si aspettavano la mancia, ma dato il pessimo trattamento riservatoci, la mancia ce la siamo tenuti noi !
È buio, le indicazioni non sono un granchè, ci dirigiamo verso sud, il più possibile verso l’inizio del deserto. Guidiamo con attenzione per paura di trovare ostacoli improvvisi, le strade asfaltate sono dritte come righelli, pochissime auto, la luna piena che quasi si vede senza fari, e un bel freddo (15°C)e foschia.
Dopo un centinaio di km la strada raggiunge un pendio, scopriremo poi che il pendio è la parete del “plateau du desert du Maroc “, ovvero l’altopiano di 1500 m slm, che ci accompagnerà per tre giorni.
Siamo verso mezzanotte, e imbocchiamo un paese-villaggio tutti vengono subito fuori dalle case per vederci o cercare qualcosa da noi. Ci sbrighiamo a trovare la strada giusta, la troviamo: tornanti asfaltati si susseguono, in uno dei tornanti dei ragazzi marocchini seduti sul parapetti ci osservano come fossimo lo spettacolo del sabato sera, ed è mezzanotte e mezza ! Finiscono i tornanti, finiscono le piante e la vegetazione si fa brulla, la strada prosegue asfaltata per vari km… e da lì a poco finisce anche l’asfalto…. Lo ritroveremo 300 km più avanti. Facciamo vari km di sterrato e decidiamo di piantare la tenda. Dove ? Nel deserto, no? La luna piena e il cielo stellato aiutano nelle fasi logistiche, la cena a bivacco e i sacchi a pelo gia pronti. Attorno a noi c’è silenzio, tranquillità, il tempo ha un ritmo diverso, tutto è immobile, stranamente immobile. Io sono un po’ preoccupato, non so cosa sia il deserto di notte, non so se ci sono animali pericolosi, predatori, ladroni, nomadi, insomma tanti pensieri, ma poi la stanchezza e il sonno fanno la loro parte.

Tappa 7: Debdou-Erfoud.

Mattina presto, mi sveglio, c’è gia luce, come un bambino curioso non vedo l’ora di andar fuori e vedere cosa c’è attorno a noi. Apro la zip della tenda, esco….guardo quello che c’è intorno : siamo in un altopiano di terra arancione, rocce, radi cespugli bassi. Tutto ancora immobile, come lo era la notte appena passata: tutto tace, tutto è esteso, largo, distante. Sento dei rumori di animali…cammelli. Vedo non molto distante un marocchino che ci guarda e dopo 5 minuti è gia con i suoi figli intorno a noi che ci guarda durante i preparativi per la giornata: io e Simone siamo scocciati del fatto che anche nel deserto c’è qualcuno che non ti lascia in pace !!!!! Salutiamo il rompiscatole, e partiamo direzione sud: GPS, bussola,cartine, mappe tutto l’occorrente per non perdersi. Infatti sbagliamo pista fin da subito, prendendo una laterale in diagonale, ma poi con tutti i nostri strumenti tecnologici, rientriamo più a sud nella rotta giusta.
I paesaggi che ci circondano sono immensi e desertici e il colore predominante è il marrone: la terra, le alture, le rocce… tutto stessa tinta. I km scorrono, le piste si dividono, si incrociano si incontrano, si dividono ancora, e spesso non è facile capire quale sia la pista giusta da seguire. In quei casi si punta a sud. Tende bianche di pastori nomadi ogni tanto fanno capire che nel deserto non sei mai solo. La pista varia sempre: ora è veloce, ora tecnica, ora impegnativa, e non è dritta come tanti pensano: ci sono sempre curve e semicurve, la moto va guidata in continuazione.
Arriviamo in un villaggio remoto, le case di fango, i bambini escono e ci corrono incontro a cercare caramelle e penne biro. Troviamo un distributore, Simone cominciava a scarseggiare di benzina. Prendiamo una strada asfaltata di varie decine di km, e poi ancora una pista: all’inizio non si capisce dove passare, ci sono tratti che non si vedono, andiamo a naso e troviamo le “balise” e la pista ricomincia essere più marcata.
Simone vuole fare non so cosa su delle dune di sabbia rosa, forse delle foto, si ferma, si insabbia, io che sono dietro a distanza per la polvere, gli passo praticamente di fianco ma sono concentrato nella guida della moto nel tratto veloce della pista in cui siamo e non lo vedo, faccio qualche km e non vedo più le sue tracce nella pista, torno indietro e dopo un po’ ci inrociamo.”Simone, ma non eri davanti a me?” gli chiedo. “Si…” risponde ”…ma mi sono insabbiato di fianco alla pista, e ho faticato ad uscire, non mi hai visto ?”. “ No” dico io. E lì capisco che perdersi nel deserto basta poco !!!!
La pista ora si fa sassosa come non mai: il fondo è fatto da un susseguirsi di piccoli sassi neri taglienti piantati e ogni momento ho paura di forare…. Si sale di quota fino ad arrivare a una “passo”, che più che passo lo definirei un passaggio obbligato sopra una altura insidiosa: sabbia in salita, ciotoli e pietroni in discesa: le moto si insabbiano, io scivolo e patapunfete per terra !!! Tutto ok, una banale scivolata. La discesa sui pietrosi è da vero enduro mono: passarci sopra con le ammiraglie a pieno carico non è stato affatto facile.
Siamo verso sera, mancano 20 km alla fine della pista e cosa può venire in mente a due esauriti come noi? Di navigare….!!! Ovvero prendiamo direzione sud e andiamo dritti non seguendo le piste: risultato : ci perdiamo! Troviamo qualche pista che però non continua, torniamo indietro, ne proviamo un’altra, nulla… un’altra ancora, il terreno adesso è pietroso, molto pietroso. Comincia a far scuro… ancora giriamo….. fa scuro….. guidiamo ora con i fari. Nel GPS vedo che c’è una strada forse asfaltata a 2 km in linea d’aria da noi, prendiamo la direzione verso la strada, per un sentiero che si snoda fra i sassi. Manca poco e la strada dovrebbe essere a 800 mt in linea d’aria, ma non vedo nulla che abbia la parvenza di una strada… vedo nella penombra qualcosa che sembra un canyon…. Qualche dubbio mi viene…. Ci fermiamo. Facciamo 20 metri a piedi e troviamo la strada asfaltata: sì sì eccola lì, ma in fondo al canyon 300 metri di burrone più sotto !!!!!!!!!!
Siamo ormai quasi senza acqua, non me la sento di piantare la tenda e soffrire la sete tutta la notte, tentiamo di trovare una strada per scendere. Finiamo in un ripetitore delle telecomunicazioni. Esce il custode e ci da indicazioni per la strada che scende sotto il canyon. La troviamo e scendiamo. Per fortuna è buio e non vedo cosa c’è sotto e di fianco la strada, ma deve essere qualcosa di vertiginoso.
Asfalto! Civiltà ! Acqua e cibo ! Arriviamo a Erfoud in campeggio, piantiamo la tenda: più che un campeggio è un cortile…
Cena in una trattoria locale, conosciamo un affarista locale che organizza traversate organizzate nelle piste del centro sud Marocco, che ci fa un po’ da guida, ci vuole vendere mezzo Marocco e compriamo qualche souvenir, e a nanna.

Tappa 8: Erfoud-Alto Atlante

Una tappa meravigliosa, la più bella, un sogno fatto realtà !!!!
Ci svegliamo al mattino presto, ma a farci compagnia c’è una tempesta di sabbia. Vogliamo andare a vedere le dune altissime che sono vicino a Erfoud, ma la sabbia vola orizzontale, e dopo 10 minuti in quelle condizioni torniamo a Erfoud e prendiamo un’altra direzione. Un centinaio di km di asfalto monotono e poco trafficato, e arriviamo alle gole del Todra. Bellissimo spettacolo della natura, si passa dentro una gola altissima scavata nella roccia dall’acqua di un torrente. Qualche foto, e via altri km di asfalto fino ad arrivare alle gole du Dades: semplicemente stupende. Il paesaggio è di 2 unici colori: il marrone delle montagne brulle, secche,rocciose e il verde smeraldo della vegetazione intorno al corso d’acqua che ha formato nei millenni la valle e la gola di Dades. Qua e là vecchissime casbe centenarie, alcune abitate, alcune fatiscenti, paesini e villaggi con case di un color terra che si mescola col colore del paesaggio: in effetti i muri sono fatti con un impasto di terra e fango!
Proseguendo lungo la valle, arriviamo alle vere e proprie gole du Dades, bellissime , si sale suoi fianchi con una strada asfaltata molto tortuosa, dalla quale si possono ammirare le gole dall’alto.
Proseguiamo…. La valle du Dades si fa ora più variopinta, e le forme delle rocce assumono forme e disegni particolarissimi. Proseguiamo… la strada si alza di quota e ben presto siamo a 2000m. Intorno a noi canyon aridi e pietrosi che ricordano i Grand Canyon americani. L’asfalto finisce in un paesino, e d’ora in poi sarà tutta pista di montagna. Ci fermiamo per il pranzo al sacco, in una zona di rocce nere, col panorama della valle. Una Pegeout familiare ci passa di fianco lenta e regolare come fosse un carro trainato dai cavalli, porta verso il villaggio circostante 12 o più persone all’interno: stretti stretti ma ci stanno.
Ripartiamo e i villaggi, nei quali sai dove si entra, ma non sai mai da che parte si esce, si fanno sempre più radi. Ogni tanto qualche bivio sbagliato ci fa tornare indietro. Troviamo una specie di guado con tanto di donne contadine che per un Dirham cammineranno dentro l’acqua per farci vedere dove passare. Tutti i modi vanno bene per prendere qualche soldino.
La pista si alza sul costone infinito della valle fra tornanti , salite, curve, attraversamenti e la pista diventa sempre più stretta e pericolosa: un errore e si va giù fino al fondo valle ruzzolando per 7-800 metri di dislivello. Dopo vari km, non so quanti forse molti, arriviamo al passo: 2916mt di quota!!!!! E’ più alto del Col de la Bonette in Francia, 2850 circa ( che è il passo transitabile più alto d’Europa ). Dal passo dove c’è solo un rudere con l’aria di un bivacco, siamo solo noi, come sempre del resto.Le montagne intorno a noi immense e desertiche ci guardano dall’alto dei loro 3500m abbondanti. Allo stesso tempo si hanno due sensazioni in quel posto: ti senti piccolo se guardi le montagne e dominatore se guardi le due vallate.
Dal passo si vede la vallata successiva che percorreremo: sembra di essere in un misto fra Perù e Tibet: quella appena percorsa era un valle fluviale, quindi a V, quella di adesso è glaciale, ovvero a U. Nel fondo valle c’è un po’ di vegetazione, quel tanto che basta per poter pascolare le capre; le case dei pastori a 2500 m di altitudine fanno capire che l’uomo si adatta a vivere ovunque.
Cerchiamo di vedere dove passa la pista, la valle è tutta visibile, ma è cosi lunga che non si riesce a vedere tutto lo sviluppo dello sterrato: sappiamo solo che la direzione da seguire è quella.
E’ meraviglioso guidare le bicilindriche in quel paesaggio, sembra di essere in una fiaba: la pista cambia in continuazione, e alcuni tratti sono divertenti da fare con la moto, anche se carichi.
Ora la pista si divide: e una insegna malconcia indica delle grotte o qualcosa che ha a che fare con l’archeologia, ma decidiamo di proseguire per la nostra strada. Si scende e ricompaiono i villaggi. In uno di essi un bar con attaccati centinaia di adesivi dei vari rally che sono passati: dakar, atlas, rally du maroc, ecc…. Ora si arriva in una strada provinciale asfaltata, e si comincia a vedere un po’ più di vegetazione. Facciamo rifornimento con la caraffa, cerco di fotografare la giovanissima ragazzina che riempie il serbatoio di Simone, ma lei non mi lascia. Peccato era una scena folcloristica.
Seguiamo la provinciale fino ad arrivare alla partenza della penultima pista del nostro tour. È tardi, il sole sta calando e sappiamo che avremmo ancora solo 1 ora e mezza o due di luce. La pista è di 100 km e con una media dei 30 km/h ( da qui si capisce che sono piste tortuose ) non arriveremo a farla tutta con la luce: pazienza, useremo i fari nell’ultimo tratto. La prima parte della pista è una libidine unica: tutta salti, gobbe e curve in sponda ( da fare con la moto scarica e i tasselli sarebbe molto goduriosa !!! ). Passiamo qualche villaggio dove i contadini gentili ci indicano dove passare per uscire. La valle ora si apre in una ampia distesa. Inizia la salita e la pista si fa difficile, molto rocciosa, pare di essere nelle pietraie di Asiago. L’ampia distesa ora lascia spazio a un canyon strettissimo che imbocchiamo da li a poco: al suo interno pini e cedri altissimi e con fusti enormi che sembrano sequoie. Il tramonto ormai è passato da un pezzo e i fari la fanno da padrone. E qui inizia l’avventura: il corso d’acqua che solca il canyon durante le piene primaverili ha portato via molti pezzi di pista, e non resta altro che guadare: guaderemo il torrente per una ventina di volte almeno, il tutto al buio con l’ausilio dei fari. Il problema è che non si riesce mai a vedere dove guadare, poiché le tracce spariscono nel greto del torrente e sbagliando si rischia di piantarsi. Non so come e con quale forza guidiamo le moto cariche in mezzo al fiume da più di due ore al buio scavalcando pietraie con sassi grandi come meloni, non sapendo se la pista in qualche punto sarebbe terminata o sarebbe stata invalicabile. Una fangaia ci fa tribolare : la mia moto a momenti si pianta nel mezzo metro di acqua e fango, e Simone scivola per fortuna senza danni alla moto e al pilota.
La stanchezza inizia a farsi sentire, è tardi, mezzanotte passata da un pezzo. Troviamo una scritta: un bivacco, l’aspetto da fuori è poco raccomandabile, dopo consultazione decidiamo di fermarci, mangeremo cibo in scatola che ci preparano i ragazzi gestori del bivacco, ci laviamo in un lavandino ( unica fonte d’acqua ). Siamo gli unici ospiti. Dormiamo.Sappiamo a mala pena dove siamo.

Tappa 9: Alto Atlante-Tangeri

Ore 5:30 del mattino, partiamo. C’è gia luce, fa freddino. La pista continua sullo stesso stile della notte appena passata, ma guadare con la luce del sole è tutta un’altra cosa !
La pista finisce, imbocchiamo una strada asfaltata malconcia. Proseguiamo fino al bivio da cui parte l’ultima pista del tour. Sappiamo che questa pista ha un passaggio molto difficile. La prima parte del percorso è sviluppato sul costone della valle, si guida sulle rotaie e sui solchi dei fuoristrada spesso si risicano le rocce. Arriviamo al punto difficile: un attraversamento su un burrone dove la pista in più punti è semi-franata e ci passa a malapena la moto. L’alternativa c’è più in basso nel fondo valle che ci porterebbe a fare un giro più lungo, ma non vogliamo essere da meno e vogliamo completare tutto il giro in tutti i suoi passaggi facili pericolosi o difficili che siano. Con molta attenzione, in prima marcia e in stile fra il trial e l’enduro, passiamo questo tratto di 500 metri scavato nella parete del burrone. Fatta ! Ora saliamo di quota e arriviamo al passo a 2300 mt di quota abbondanti. La visuale spazia sulla pianura marocchina: laggiù in fondo, una distesa interminabile. Ci vorranno quasi 200 km per arrivare a quota 0. La discesa è lunghissima. Dal passo scendiamo lungo uno sterrato dritto come un biliardo e ci lasciamo andare col gas. Giungiamo sul primo paese e da qui inizia l’asfalto e la civiltà. Seguiamo le statali convinti di essere in pianura, non guardo l’altimetria. Siamo ancora a 1700 metri. Proseguiamo fino ad arrivare in una zona montagnosa senza rocce, anzi….. ci sono i prati verdi e i pini, le case in legno…. Sembra il trentino !!! Vanno anche a sciare in inverno !! Dopo giorni di zone desertiche vedere una zona “alpina” ha il suo fascino. Anche la temperatura è alpina, fa inspiegabilmente freddo. Passate le montagne scendiamo nuovamente attraversando una foresta di cedri bellissimi.
Siamo ormai arrivati alla pianura, dove le cittadine e i paesi assumono contorni piu occidentali. Il traffico si fa più intenso attorno alle città. Dopo un po’ di ore arriviamo a Tangeri ( bruttissima città portuale ), troviamo posto nel traghetto di bandiera marocchina e ci imbarchiamo. Due giorni di navigazione di mare mosso, il traghetto salta sulle onde che non si riesce a stare in piedi nei corridoi. Arriviamo a Sete in Francia, altri 900 km di trasferimento e giungiamo a casa, felici e contenti di aver fatto un viaggio indimenticabile.
Alla prossima avventura !
Ciao

Categorie: Viaggi

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